Sifting Through Vol. 1

Gaika
Security

7.5

Pur essendo solo il suo secondo mixtape in meno di un anno, SECURITY conferma Gaika uno dei nomi più promettenti dell’underground londinese. Originario di Brixton, Gaika racconta le preoccupanti contraddizioni di una città che si vuole creativa e progressista, ma finisce per esserlo sempre per più pochi. Londra è ovunque nel disco, tra riferimenti topografici e cenni al grime e all’elettronica più militante. Con un nutrito cast di collaboratori, Gaika naviga con disinvoltura tra hip hop, dance hall e industrial, senza forse raggiungere i picchi di MACHINE (2015), ma perfezionando il suo personale songwriting politico da ‘club kid ai tempi dell’austerity’. Basta ascoltare PMVD (con Mista Silva) per intravedere un erede spirituale di Tricky.

James Ferraro
Skid Row

7

Tra progetti paralleli e registrazioni estemporanee, quello di Ferraro è diventato ormai un archivio più che una discografia. Skid Row torna a interrogare l’impatto della cultura post-digitale sull’ambiente. Con un piglio naif nei testi che ben si sposa con il ritrovato amore per hip hop e soul, Ferraro canta di Prius e acqua in bottiglia, facendo un uso accattivante di sonorità 80s e sample presi dalla metropoli. Il culmine lo raggiunge negli otto minuti di To Live and Die in LA e nella quasi post-punk Trash & Escalate. Crooning disaffezionato a parte, le atmosfere notturne del disco ricordano non poco il trip hop e le ‘tensioni pre-millennio’ di Tricky. Il che rende Skid Row, paradossalmente, meno attuale di quanto voglia far credere.

Kablam
Furiosa

8

La produttrice svedese Kajsa Blom è passata direttamente dal dancelfoor alla postazione DJ in quel di Berlino, finendo per diventare una colonna portante del gruppo di sperimentatori Janus (Lotic, M.E.S.H.). Il suo auto-remix Priéremix e un impressionante mixtape per “the FADER” lo scorso anno attiravano l’attenzione sul suo personale miscuglio di industrial, hip-hop e mainstream hits in chiave femminista (Kablam si ispira tanto a Lil’Kim quanto a Hannah Arendt). Le cinque tracce di Furiosa, tra martellate, scalpiccii e inquietanti sample vocali, entra a pieno titolo nel filone “nuovi industrialisti”, ma aggiunge una gradita dose di ironia e, udite udite, ballabilità: nell’ottima Choking, si balla persino in assenza di ossigeno. Promettente.

Young Thug
Slime Season 2

7

Con l’arrivo di due mixtape intitolati Slime Season prima della fine dell’anno, Young Thug continua a sparpagliare i suoi pezzi migliori tra un’uscita e l’altra, senza lasciar mai sedimentare l’album perfetto. Barter 6 ci era arrivato molto vicino, ma Jeffrey Williams sembra più a suo agio in studio che in campagna promozionale. SS2 è il tipo di mixtape che a guadagnare il favore degli haters neanche ci prova: Thug raduna l’ennesimo gruppo di produttori della sua Atlanta e sforna 23 tracce che continuano a nutrire il mito del suo stile idiosincratico. Per questo funziona meno il songwriting delle wannabe-hit (Never Made Love; Bout) e continua ad affascinare il rap aspro, isterico dei suoi brani più ostici (She Notice; Mind Right, con Wheezy).

Yves Tumor
Serpent Music

7.5

Realizzato in tre anni, Serpent Music si presenta come il debutto di Rahel Ali a nome Yves Tumor. Il musicista originario del Tennessee è di base a Torino, ma il suo percorso musicale è stato sinora in continua transizione tra città e alias diversi. Queste 12 tracce navigano tra noise, field recordings, elettronica e chitarre funk, tenute insieme da un’estetica oscura e malinconica che ben si sposa con le uscite di PAN. Nonostante non manchino brani incisivi all’insegna della poliritmia (Dajjal attirò già l’attenzione di Chino Amobi) o l’RnB (The Feeling When You Walk Away), sono le tirate ambient a base di loop (Seed e la splendida Perdition, un lamento per archi à la Lucy Railton) a trasportarci nella dimensione più personale del disco.

Babyfather
“BBF” Hosted by DJ Escrow

6.5

L’evoluzione artistica e concettuale del compositore britannico Dean Blunt avviene molto gradualmente. Con il loro mix di hip-hopelettronica e sampledelia, i dischi di Blunt non sono mai un vero e proprio scossone: è un sound che continua ostinatamente a virare verso il retro (gli anni 90 di Ninja Tune, il trip-hop). BBF è un disco di accusa all’1% e alle politiche involutive della madrepatria, ma nonostante i tanti monologhi di sommossa (“Che hai intenzione di fare dopo che hai finito la tua canna?”, mormora nella Trickiana N.A.Z) e l’aiuto di Arca, si perde in (troppo spesso) inascoltabili loop (il refrain “This makes me proud to be British”, rubato al blando nazionalismo di Craig David) che sembrano più descrivere un momento di stanca.

 Published on Il Mucchio Selvaggio n. 738 / 743 / 744-45 / 747.

 

 

 

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