EMA: Interview (Indie-Eye)

Data romana al Circolo degli Artisti per Erika M. Anderson, un piccolo primo tour italiano da solista per promuovere il debutto a nome EMA Past Life Martyred Saints: lo smembramento dei Gowns, gli strascichi sentimentali, la depressione e la rinascita a suon di brani rock irreprensibili. Il successo di critica e pubblico sembra aver preso Erika alla sprovvista: sta mutando la sua percezione di sé sul palco, il suo rapporto con la scena sperimentale, le modalità con cui attingere ai generi più disparati senza smarrire il suo tocco personale. Parole chiave: energia, abrasione, cicatrici e divertimento. Sul palco, lunga lunga e affascinante, veste dei boxer da uomo su leggings strappati. Il disco prende finalmente corpo dal vivo in un saliscendi tra la ruvidezza dei suoi pezzi più rock e le morbidezze, mai prevedibili, delle sue immense ballate (notevoli l’encore con Red Star e l’intro a colpi di feedback di Butterfly Knife). C’è spazio per una serrata cover di Add It Up dei Violent Femmes e per un breve intermezzo in cui, giusto il tempo di sostituire una corda rotta alla chitarra, in coda a Take One Two spunta qualche secondo di Happiness Is A Warm Gun. Piove anche un “vecchio” brano dei Gowns, Cherylee, eseguito da sola con un’intensità da brivido. Qualcuno sa persino le parole. “Last time we were in Italy”, ci dice “it was crazy. I went crazy in your country”. Aggirandosi sul palco ammiccante e molleggiando col microfono penzoloni, EMA non lascia niente al caso, così le sfugge un quanto mai appropriato “Berlusconi, huh?”, che scatena urla di approvazione. L’abbiamo incontrata dopo il soundcheck per una chiacchierata su passato, presente e un pizzico di futuro. Un mix di energia e timidezza, qualche pausa riflessiva e un obiettivo bene in mente: ricercare il proprio marchio distintivo.

Ciao Erika, come va? Come è andata ieri a Milano?

Uh, un po’ assonnata. Siamo in tour da un bel po’ e i ritmi sono assurdi! A Milano è andata bene, il locale era piuttosto diverso rispetto al solito, il pubblico era seduto ai tavoli, perciò mi è venuto spontaneo correre un po’ in giro, buttarmi dal palco e… ho detto delle cose cattivelle [Ride]. Mentre la gente sedeva tranquilla ho detto “D%& c&%$!”.

Sul serio?

[Ride] Non sapevo fosse una bestemmia!

E chi te l’ha insegnata?

Quando ero in tour in Italia coi Gowns suonavamo coi Father Murphy, me l’hanno insegnata loro. A dire il vero mi avevano detto “Non dire a nessuno che te l’abbiamo detto noi!”, quindi potrei averli messi nei casini confidandotelo… Insomma erano seduti ai tavoli, ma li hai fatti comunque sobbalzare. Sì, era tutto molto tranquillo, ma noi siamo stati rumorosi come sempre. I miei live stanno diventando sempre più turbolenti. Probabilmente quando siamo in tour da molto tempo viene spontaneo sentirsi selvaggi e sfogarsi. Dipende dalla serata in realtà, ma se c’è la giusta connessione col pubblico esce fuori il lato selvaggio come si deve.

L’ultima volta che sei stata in Italia era il 2007. Hai detto spesso che l’atteggiamento dei Gowns in tour era piuttosto autodistruttivo: non prestavate molta attenzione alla promozione, alla stampa e via dicendo. Visto il successo di Past Life Martyred Saints il mood on the road deve essere cambiato drasticamente…

È decisamente un’altra cosa rispetto ai tempi dei Gowns. Sicuramente è tutto più pianificato, ma allo stesso tempo più massacrante. Quando sei in tour così a lungo non dormi mai a sufficienza, sei sul furgone con tutti quanti… so bene che nessuno vuol sentire le lamentele di una rock band e viene spontaneo pensare: “Ma che vai dicendo, dev’essere una ficata!”, in realtà a un certo punto diventa così tosto che sento il bisogno di reagire. Saltello dappertutto, mi riempio di lividi… anche solo suonando. Non è paragonabile ai Gowns, ma in modo diverso anche adesso c’è un lato autodistruttivo.

A Maggio scorso ti ho vista a Londra poco dopo l’uscita del disco: oltre a una continua reinvenzione dei pezzi mi sembra di notare proprio questa maggiore brutalità delle performance. In California ti attorcigli il filo del microfono attorno al collo quasi a strozzarti…

Sì, sì, lo faccio ancora. Anche se non suono niente di propriamente punk o hardcore mi vengono spontanee queste cose alla Iggy Pop, graffiarmi, rompere bottiglie. Non so come mai, ma sembra che voglia esprimermi anche in questo modo al momento. Forse hai presente Chris Burden, un performer piuttosto estremo che è stato molto attivo negli anni Settanta. Si faceva sparare nel braccio o si esibiva per strada strisciando su pezzi di vetro [Shoot e Through The Night Softly i nomi delle due performance]. Non trovo una spiegazione particolare, ma a un certo punto ho capito che voglio… [batte un pugno sull’altro] fare queste cose.

Un approccio sempre più corporeo…

Esatto. Probabilmente se suonassi meno spesso e fossi più rilassata non sentirei questo bisogno. Pensa ai Black Flag o a band simili, quando erano in tour da un sacco di tempo poi diventavano delle bestie. Ieri sera per esempio quando mi sono buttata dal palco e mi son ritrovata in mezzo alla gente non sapevo se sentirmi felice, imbarazzata o chissà cosa. Non so, ci devo ancora pensare su.

Anche i tuoi testi sono zeppi di immagini fisiche: cicatrici, ferite, lividi e via dicendo. Nel complesso sembrano più legate a uno stato depressivo e doloroso che liberatorio. Può essere che quel grumo negativo si trasformi in gioia sul palco?

Mentre scrivevo il disco non mi rendevo ben conto di quanto violento fosse. Giuro, ci è voluta l’analisi della stampa perché mettessi a fuoco quante immagini di corpi e violenza ci fossero nei testi. Sul palco diventa gioia e divertimento, credo di sì. Sull’album emerge di più quello stato depressivo che finisce per paralizzarti, renderti immobile, uno stato di cui mi libero completamente on stage, grazie alla fisicità e all’azione.

Per altro nei testi di Past Life Martyred Saints dovrebbe esserci anche una buona dose di ironia, come hai avuto modo di dire, anche se i più faticano a coglierla.

Ciò che contraddistingue i miei testi, credo, è la sensazione di portare un’idea il più lontano possibile, fino al limite. Ciò crea una linea sottile, un confine tra la sincerità e l’assurdo. Tendo a creare questa contraddizione molto spesso. Credo che l’ascoltatore fatichi a capire quando sono consapevolmente ironica. Il più delle volte pensa: “Oh, Dio, è così seria!” e invece no, non sono mai completamente seria.

Mmm.. sto pensando a un pezzo ironico…

[Ride] Butterfly Knife ad esempio è per il modo in cui è prodotta che appare così seria. In realtà quando entrano tutte le altre voci e diventa confusionaria… Credo che il modo in cui si trasformi in qualcosa di estremo possa essere considerato più divertente che serioso. Marked è un brano molto sincero, ma credo ci sia una buona dose di humour quando sembra riecheggiare un pezzo degli anni Sessanta e sul finale il tamburello si aggiunge alla linea di basso. Considero elementi simili come degli indizi di questo secondo elemento, del portare le cose agli estremi, in modo assurdo, quasi satirico, mi verrebbe da dire.

Marked ha in comune con Coda un paio di versi. I due brani sono stati concepiti insieme? C’è una relazione tra i due?

All’inizio doveva essere un unico brano. Prima [al soundcheck] ho provato a concludere Marked con quella parte in comune con Coda. Inizialmente doveva chiudere Marked accompagnata da feedback e un’alta dose di drone, poi si è deciso per un pezzo a cappella. Non voglio tuttavia chiedere a nessuno di cantare la parte di Ezra [Buchla, ex Gowns ed ex fidanzato di Erika] perciò non la suoniamo mai interamente. Un sacco di gente mi chiede di cantarla dal vivo, ma non me la sento davvero di interpretarla con qualcun altro. Lui con me è sempre stato molto generoso e partecipativo riguardo ai pezzi scritti insieme e poi son finiti sul mio disco solista… sento che potrebbe essere quasi irrispettoso nei suoi confronti cantarla senza la sua voce, dal momento che la cantiamo l’uno all’altra… [Silenzio]

Troppo personale.

Già.

Parlando di Marked: il video che hai diretto assieme a Leif Shackelford [violino e tastiere in tour] è di grande impatto. Il commento più votato su Youtube è “Troppi omofobi su Youtube”.

Ecco, vedi. Motivo per cui cerco di non guardare i commenti su Youtube.

Com’è nata l’idea?

L’idea originaria era di inserire degli stralci di video della Motown con me al centro, come se stessi suonando assieme ai The Tempations o simili, ma per problemi di diritti d’autore non si è potuto fare. Ero piuttosto incredula, non pensavo che fare un montaggio di questo tipo potesse essere equiparato a rubare le immagini, ma tant’è. Così ho pensato a qualcosa che potesse riprodurre anche lontanamente un’atmosfera Motown… da sola. Mi piaceva l’idea di inserire un corpo sexy che potesse piacere agli uomini e che solo verso la fine si scoprisse essere di un uomo. Mi immagino degli studenti arrapati o degli atleti che guardano e pensano: “Wow, che gambe” e poi scoprono che sono di un maschio. [Ride].

Beh , lui ha davvero delle gran belle gambe.

Assolutamente, spettacolari. Si chiama Alexis Blair Penney.

Lui fa spettacoli drag principalmente? Ho visto un video in cui interpreta Kate Bush.

Sì, sì. Si sta diffondendo una nuova ondata drag al momento negli States: non si tratta tanto di personificare donne o cercare di passare come tali, quanto di giocare col genere sessuale in maniera assolutamente personale. Alexis fa parte di questa nuova schiera, non è detto che si vesta da donna due sere di fila.

Parlando di gender: mi sembra di aver capito che preferisci paragonarti a performer uomini più che a donne. Nomini spesso Lou Reed, poco prima citavi Iggy Pop. Trovi che l’etichetta un po’ desueta riot grrl ti stia stretta?

Vorrei aprire un po’ gli orizzonti in termine di paragoni ed etichette… Ah, devo pensarci a questa [Lunga pausa]. Credo sia un po’ riduttivo e stupido in generale limitarsi ai paragoni con altre donne. Quello che mi annoia di più è che ci sono, credo, dieci musiciste che i critici tirano fuori dal cappello ogni qual volta una nuova leva si fa avanti e sarà sempre una ed una sola di loro a far da pietra di paragone. Credo sia stupido. E credo che limiti, tenga le persone separate, dal momento che non può essere solo il genere sessuale in prima linea nella questione, quando si tratta di mettere in luce le qualità di un’artista. Ci son tanti elementi: i suoni, i diversi tipi di strumenti impiegati, la portata stilistica. Il mio obiettivo è sempre quello di aprire una conversazione: inserirmi nel novero è riduttivo.

Pensi che al di là dei giudizi positivi quel discorso riduttivo sia stato fatto nel tuo caso?

Penso, anzi spero, che questo disco parli sia alle donne che agli uomini. Ci sono un sacco di fan maschi, devo dire, molti mi scrivono… Ai maschi piace molto Marked, sembra quasi una canzone che racchiuda in qualche modo il “problema donna” per gli uomini. Ma in generale credo che l’album vada alla ricerca di un pubblico allargato. Al contempo mi interessa molto quanto l’aspetto violento del disco possa essere percepito come peculiarmente femminile, se ciò è possibile, e perché accade. Lo stesso per la depressione e la rabbia: perché fa tanto clamore che ne parli, quanti uomini ne parlano nella loro musica senza crearne? Forse è solo perché ci si aspetta che gli uomini possono essere violenti, ad esempio? Vorrei  che resistesse di più all’essere catalogato.

Ci sono artiste del momento cui ti senti in affinità in qualche modo? Hai fatto un duetto estemporaneo con Zola Jesus qualche tempo fa dal vivo [una cover di Crimson & Clover di Tommy James & The Shondells].

Lei è grandiosa. Non ci eravamo mai viste prima di quella sera, è stato molto carino. È stimolante incontrare un sacco di gente on the road. Abbiamo suonato con i Wye Oak l’altra sera, in passato con Zola, Austra… Sai cosa? Ho pensato di tingermi i capelli di un altro colore, sembra che siano tutte bionde…

Effettivamente…

Non so, in qualche modo voglio mantenere un mio tratto distintivo. Forse è anche subconscia la mia attitudine a quella performance così fisica di cui parlavamo prima. È capitato che suonassimo a delle serate completamente al femminile, a Parigi ad esempio. Quand’è così da una parte è molto bello, dall’altra suona un po’ costruito. È a quel punto che tento di smentire le aspettative del pubblico e spunta il lato animalesco, quell’essere Iggy Pop sul palco.

Hai scritto dei nuovi pezzi?

Nella mia testa. Col tour è difficile, siamo in giro da tre mesi se non sbaglio. È come essere in un sottomarino, è bello perché puoi stare sott’acqua, vedere i pesci e tutto quanto, ma sei relegato con le stesse cinque persone in uno spazio chiuso per mesi, non puoi andartene in giro, fare quello che vuoi. O come un astronauta, sei sospeso in aria, non c’è il sole, devi mangiare cibo in polvere… litigare con gli altri astronauti, ma ripeto, so che nessuno vuol sentire le lamentele di un musicista rock.

Dai, ti crediamo!

[Ride] Comunque sì, nella mia testa ci sono dei pezzi nuovi. Non ho davvero idea di come sarà il prossimo album. Non so se finirò ancora per scrivere brani così emotivi.

Musicalmente invece pensi ti libererai ulteriormente dell’etichetta “sperimentale”? So che nella scena internazionale attuale tendi ad allontanarti dall’ondata di sperimentalismi un po’ freddi, più legati alla tecnica e al noise ipercontrollato, per esempio.

Voglio dire, non mi dispiace quel genere di cose, penso che possa dare ottimi risultati. In passato quando cercavo di inserire degli elementi emotivi all’interno del cosiddetto experimental, incontravo una certa resistenza: io pensavo che per definizione il genere sperimentale fosse più aperto a questo tipo di possibilità e invece mi sentivo dire: “No, mica puoi cantare se fai questo tipo di cose”. A San Francisco a certe serate noise mi veniva detto di non cantare e scoprivo l’esistenza di molte più regole di quante ne potessi immaginare. Voglio solo fare quello che mi piace e provare cose diverse.

Ho scoperto Meredith Monk tra i tuoi ascolti… pensi a uno sperimentalismo più permeabile…  

Certamente. Penso che arriverà il momento in cui il genere diventerà sempre meno rilevante. Venendo da un background nello sperimentale a un certo punto mi sono un po’ disillusa. C’era sicuramente moltissima gente stimolata all’idea di fare le cose in modo diverso, ma c’era una lunga serie di regole nell’improv scene, nella scena elettronica, regole invisibili, ma che impedivano alla gente di muoversi oltre. Mescolare i generi dunque. Sì, usarli se lo si vuole, ma sempre liberamente. Farlo se diventa eccitante.

Una traccia nuova c’è, Angelo. E forse non a caso prendi in prestito l’hip hop di Mz. Gorjiz [dei Platnum Platnum Glam Squad].

Sì, la trovo fantastica. Anche se veniamo dallo stesso posto [Oakland] apparteniamo a retroscena completamente differenti.

Devi essere piuttosto fiera. Non capita spesso che poche ore dopo l’uscita di una b-side compaiano news ovunque su internet a riguardo.

[Si copre la faccia con le mani] Lo so, lo so! Mi spaventa un po’ questa cosa, non me ne rendo neanche ben conto. Ero in tour quando hanno scelto la foto per la copertina, l’unica grande a sufficienza in cui sono tutta carina e sexy.

Pretty sexy!

Lo so, lo so! Infatti subito dopo mi sono tagliata i capelli. Non mi trovo proprio a mio agio con questa immagine di cantante bionda sexy. Ecco forse è questo che spiega le mie performance, forse voglio trascendere questo stereotipo, attraverso la violenza, i testi intensi, una produzione efficace. Mi sono resa conto di questo: I wanna fuck shit up.

 

Published on Indie-Eye

2011-11-21

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s