Joan As Police Woman: Interview (Indie-Eye)

Joan Wasser ama il nostro paese, non c’è che dire. La “poliziotta”, così si ribattezzò dieci anni fa in onore della serie 70s con protagonista Angie Dickinson, si aggira spesso e volentieri tra Nord e Sud, un tour dopo l’altro, a volte da sola, più spesso con la sua indissolubile band. Ospite di Roma Incontra il Mondo torna nella capitale per un concerto nella splendida cornice del laghetto di Villa Ada. L’acquazzone tanto temuto risparmia la serata all’aperto: Joan torna con la consueta formazione (Parker Kindred alla batteria, Tyler Wood a moog bass, tastiere e synth) e il consueto ibridone di pop, rock e soul, ancora incarnato dall’energizzante The Deep Field, uscito lo scorso anno e accolto dai più come un ottimo assestamento dello stile della polistrumentista di Brooklyn. Il curriculum di Joan in quanto a collaborazioni e side project cresce di mese in mese, mentre tour lunghissimi e capillari si susseguono senza sosta. Solo nelle poche settimane che precedono il nostro incontro ha avuto modo di supportare Lou Reed e suonare con Patti Smith: “usual stuff”, per una come Joan. La scaletta del concerto lascia To Survive nel cassetto e rispolvera buona parte di Real Life con grandissimo entusiasmo del pubblico. «Thank God for music. It’s all I gotta say», mormora di sfuggita al microfono dopo il trionfo di I Defy. Tre i nuovi brani: Stay in apertura, una morbida Morning Bell e un innominato, lungo brano infarcito di feedback e distorsioni con cui torna in gran stile per gli encore. La incontriamo dopo un lungo soundcheck: Throbbing Gristle in sottofondo, mi guarda da lontano e noto che ha una maglietta con la copertina di Loaded dei Velvet Underground. «Vi ho visti che canticchiavate al soundcheck, benvenuti!». Stanca, stanchissima, si risveglia dal torpore da jet lag e chiacchiera con entusiasmo. Si sente ancora una bambina di otto anni, ci dice, ma la cosa più importante è aver imparato a mantenere il controllo.

Bentornata a Roma, Joan. Come stai?

Sono incredibilmente esausta, oltre che incredibilmente jet-lagged. Da quando sono arrivata in Italia ho suonato ogni sera, domani avremo il nostro primo giorno libero. Cerco di tenere a mano le energie, ma è dura!

Jet lag a parte, ormai per te tornare in Italia dev’essere come tornare alla tua seconda casa. Negli ultimi anni i tuoi concerti sono diventati un appuntamento fisso qui…

In un certo senso lo è davvero. Siamo molto spesso in Italia, non c’è che dire. Quando torniamo è sempre stupendo.

L’anno scorso di questi tempi hai tenuto un tour diary online in cui raccontavi le tue giornate italiane.

Quel blog è stato il motivo per cui non ho dormito durante quel tour!

C’erano dei temi ricorrenti in quel diario. La continua sorpresa davanti al cibo, il sonno e… la gente. Descrivevi con accuratezza la gente che per qualche motivo catturava la tua attenzione.

Oh, che bello! È vero. La gente è la cosa che mi affascina di più. In ogni paese è affascinante, ma  in Italia trovo dei veri e propri “personaggi” che finisco per contemplare. Ricordo di aver descritto persone che portavano occhiali assurdi, dettagli di questo tipo.

È di questa fascinazione che parla Human Condition, giusto? «Good living requires smiling at strangers».

Sì, Human Condition parla proprio di quello. Sai, vivere a New York è come vivere in un mondo in miniatura. Gente da tutto il mondo vive lì e si ritrova seduta in metropolitana. In ogni paese ci sono modi diversi di andare d’accordo ed entrare in sintonia, ma è un bisogno universale quello di lasciarsi affascinare da chi ti sta accanto.

The Deep Field, l’hai spiegato più volte, nasce in un periodo molto felice della tua vita e riflette questo senso di felice comunione col mondo. I tuoi testi sono più che mai aperti e pieni di dettagli personali. Cedere alla vulnerabilità ha aiutato il tuo songwriting o lo trovi un processo faticoso?

È entrambe le cose. All’inizio abbracciare la vulnerabilità è qualcosa di spaventoso, poi inizia a darti forza questo continuo desiderio di esprimere ciò che senti. È un antidoto contro la paura, in tutte le sue sfaccettature. Più ti esponi meno senti di aver paura; i tuoi demoni mantengono il controllo che tu decidi di lasciare loro, è tua responsabilità sconfiggerli. Se li scaraventi là fuori, più velocemente evaporeranno e te ne libererai.

In The Magic i demoni ti danno filo da torcere…

Ho scritto alcune canzoni di The Deep Field durante la fine del tour di To Survive e le registrazioni del mio album di cover. Mi son messa ad ascoltarle per capire che direzione stava prendendo il nuovo disco e ho capito che volevo scrivere dei brani più pop. Di fatto ho poi scritto i brani pop di The Deep Field tutti insieme. Con The Magic volevo esorcizzare un momento ossessivo in cui non riuscivo a liberarmi di alcuni pensieri che mi tormentavano. Cercavo un antidoto al rimuginare ossessivo, per questo canto: «I’m looking for the magic I’m feeling for the right way out of mind», perché fissarmi su qualcosa senza venirne a capo non mi fa affatto bene, mi esaurisce. Il pezzo parla di quello.

Un altro brano di The Deep Field che mi incuriosisce è I Was Everyone. Nel testo dici di sentire delle voci e ti trasformi in una sorta di profetessa. Le ultime parole del disco sono «Stand up and be heard». Di che parli?

I miei genitori mi hanno chiamato Joan pensando a Giovanna d’Arco, così ho pensato di scrivere un brano adottando una sua possibile prospettiva, immaginando cosa potesse aver attraversato. Le voci di cui parli sono le voci che lei sente e che la spingono a prendere l’iniziativa e a dubitare di se stessa, tra le altre cose. Il pezzo è incentrato sul mettere in discussione se stessi, la propria autostima. «Perché le voci hanno scelto proprio me per trasmettere un messaggio? Non sono nessuno». Il flusso di coscienza attraversa tutte queste fasi di autocritica finché, verso la fine del brano, lei pensa: «Che accadrebbe se decidessi di rimanere in silenzio? Nessuno saprebbe cosa ho da dire! Che accadrebbe se tutti decidessero di rimanere in silenzio allora? Nessuno saprebbe niente». Così, al termine di queste riflessioni, decide di agire, di prendere le parti, capisce che far sentire le proprie ragioni è l’unico modo per non lasciarsi sovrastare, dominare dai potenti. [Ride] Sai, in un certo qual modo siamo ancora in attesa di farci riconoscere, di riprenderci un po’ di potere. Long way to go. Ma ci stiamo arrivando, ti dirò.

Joan, ho visto che in questo nuovo tour sono comparsi nuovi brani. Mi piace molto Stay

Oh, è nuovissimo. [Pausa]. Oh, cazzo, YouTube, certo, ecco perché l’hai già sentito. Comunque sì, stiamo già portando dei nuovi brani in tour, ci stiamo ancora lavorando.

E come va il progetto con David Sylvian che hai avviato tempo fa?

Procede! Procede! Abbiamo iniziato a registrare già da un po’ e la maggior parte dei brani è ormai incisa. C’è ancora molto lavoro da fare, ma possiamo dire di essere a buon punto. Non posso ancora darti dei dettagli sull’uscita, ma lo saprete molto presto.

Saranno ancora tutti duetti come avevate deciso in origine?

Nel tempo il progetto si è trasformato molto, è piuttosto variegato. Alcuni brani li abbiamo scritti separatamente e poi insieme abbiamo aggiunto dei dettagli; altri li abbiamo proprio scritti a quattro mani. Entrambi cantiamo in tutti i pezzi, quindi sì, tecnicamente sono tutti duetti.

In questo tour hai suonato anche da sola per qualche data. La prima volta che ti ho vista dal vivo aprivi per Rufus [Wainwright] e ricordo una performance intensissima, eravamo tutti sbalorditi; poi mi è ricapitato di sentire la tua versione di My Heart Is Empty di Nico al concerto tributo diretto da John Cale, interpretata da sola al piano…

Oh, non hai idea. Ho lavorato come una matta a quella cover. Un sacco di duro duro lavoro.

Da sola esce il tuo animo più sperticatamente malinconico o sbaglio?

Certo! Sono due esperienze infinitamente diverse. A seconda che io faccia un concerto solo o con la mia band mi sento un animale completamente diverso. Da sola ho una libertà pressoché completa, ma al contempo non ho alcun supporto “esterno”. Con la band se piazzo un accordo sbagliato il pubblico neanche se ne accorge, se lo faccio da sola tutti lo notano. Si attivano parti diverse del cervello in ognuna delle due esperienze. E poi, come dici tu, la mia performance da sola diventa più intima, come ci si attende, e do maggior sfogo al mio lato malinconico. Con la band tutto diventa più esasperato, indecifrabile, cambia proprio la trama sonora, la consistenza della performance e non parlo solo degli strumenti, ma anche delle voci. Devo comunque essere molto presente, vivace in entrambi i casi. Più suono più mi sento rilassata, in qualsiasi contesto. Il mio obiettivo principale è quello di rimanere rilassata a qualsiasi costo. Uh, un’altra grande differenza è che quando suono da sola posso parlare quanto mi pare e raccontare storielle senza mettere in imbarazzo nessuno della mia band! [Ride].

A proposito di concerti solo: ad Agosto suonerai al Meltdown Festival di Londra, quest’anno curato da Antony. Antony ha scelto tutti artisti/e che hanno a che vedere con ciò che lui adora definire “feminine” o più in particolare un neonato “future feminism”, una rete di artisti/e, principalmente di New York, che attraverso la musica cerca di sfidare il patriarcato, facendosi veicolo di contenuti oltre che di intrattenimento. Collabori con lui da moltissimo tempo e fai sicuramente parte di questa rete. Che significa per te dunque “feminine” e come ti relazioni al suo progetto?

Oh, wow! È meraviglioso che Antony si dedichi con tutte le sue forze a questo progetto e al feminine in generale. Lo sente dentro di sé, tanto per cominciare, ed è fondamentale che venga espresso in tutte le sue forme. Non voglio parlare per lui, ma sono convinta che lui lo intenda come uno strumento prezioso: se tutte le donne e gli uomini provassero a ricercare la “femininity” che è dentro di loro, il mondo si trasformerebbe in un posto migliore, più sensibile, più altruista. Antony è estremamente sensibile e altruista, la sua presenza mi arricchisce sempre. Per me “feminine” si riferisce a un qualcosa di edificante, in senso letterale, qualcosa che consente di unire le forze e costruire i rapporti. È la mia declinazione del feminine, non c’è un modo assoluto di concepirlo, quindi ti dirò come io lo percepisco: io amo unire le persone, creare legami, non ha alcun senso erigere dei muri nel mio modo di vedere. Nel quotidiano incontrare la gente dopo i concerti per me è fondamentale, non avrebbe alcun senso stabilire dei confini invalicabili. È la mia indole, è un bisogno per me basilare. A ciò si aggiunge la mia esperienza: per me essere una donna è stato un viaggio interessante. Quando iniziavo ad andare in tour, tanto tempo fa, avevo a malapena vent’anni ed ero molto sulla difensiva. Erano i primi anni Novanta, nei club di Austin c’erano solo uomini in giro, e per tanto tempo tutti pensavano che suonavo solo perché ero la ragazza di qualcuno. Anziché sbattermene mi arrabbiavo ogni volta, ogni singola volta. Era un modo intelligente di sprecare le mie energie? Probabilmente no, ma ero giovane ed arrabbiata. Le cose sono certamente cambiate da allora; capita ancora, non fraintendermi, ma il cambiamento è stato in positivo. Capire che ciò è cambiato, anche solo nel corso della mia vita, è una sensazione incredibile. Per molti anni ho avuto modo di frequentare ingegneri del suono donne, ora ce ne sono moltissime, allora non se ne vedeva neanche l’ombra. Io questo progresso lo vedo e non si arresterà. C’è sempre da combattere, ci sono aspetti negativi su cui occorre ancora concentrarsi, ma credo sia fondamentale, oltre che rispettoso, onorare gli sforzi che le mie madri hanno compiuto. Non voglio dire cose scontate, ma non potevamo neanche votare in tempi… non così lontani! E anche io nella mia vita ho dovuto combattere… e non sono così vecchia! Inoltre vorrei dire che più mi sento a mio agio con me stessa, meno sto sulla difensiva; più mi accorgo di godere del rispetto delle persone, più sento di proiettare un’immagine positiva di donna. Quando ero più giovane non la pensavo così, ero sempre pronta a litigare! [Ride] Certamente sbagliavo, ma è una consapevolezza difficile da ottenere. Grazie a Dio cresciamo: mi sento ancora come una bambina di otto anni, ma hai capito cosa intendo dire.

Sì. Stavo pensando al poster che hai messo all’interno di To Survive.

Ah, sì? Mio fratello ha fatto quel collage. C’è una donna che tiene tra le mani un asse per il bucato in frantumi con la scritta… Oddio com’era? Mmm… «Are we not women? A new pleasure to be free». Quel disco è pieno di riferimenti a ciò.

Se non ricordo male in Magpies giocavi a fare l’uomo.

Oddio non canto Magpies da una vita. Non ricordo neanche come fa. Comunque sì, mi piace moltissimo fare questi scambi di ruolo, ottima osservazione. Lì tento di ritrarmi quando mi capita di sentirmi un uomo in una relazione, non necessariamente sentimentale. Anche in alcuni nuovi brani David [Sylvian] fa la donna e io l’uomo. Impari un sacco di cose quando fai degli scambi di questo tipo. È stupendo che un brano possa veicolare tutte queste cose… La cosa bella della musica è che si apre alla percezione di ognuno, all’esperienza e alla storia di ogni ascoltatore. Due persone possono sentire la stessa canzone e avere reazioni completamente diverse tra loro. Il mio lavoro non è che questo, cercare di essere onesta più che posso riguardo i miei sentimenti. Una volta che ho fatto questo un mio brano non è più propriamente mio, va in giro per il mondo, appartiene agli altri, se decidono di volerlo con sé. Io stessa torno ad alcuni pezzi in mood completamente diversi, a volte una canzone mi fa sentire felice, altre mi distrugge. A volte mi capita che nell’arco di una stessa serata qualcuno mi dica: «Quella canzone è la più triste che abbia mai sentito!» e qualcun altro mi dica: «Abbiamo scelto quella canzone per il nostro matrimonio!». Lì capisci bene che il brano non è più mio, appartiene a loro.

 

Published on Indie-Eye

2012-08-01

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