Nick Cave and The Bad Seeds – Push The Sky Away (Indie-Eye)

Giunti al quindicesimo album, i Bad Seeds tornano a voltare pagina. Dopo il tornado Grinderman, esperienza apparentemente conclusa (perlomeno a livello di registrazioni in studio), in molti si domandavano quale dei tanti fil rouge Mr. Cave & Co. avrebbero rimesso in gioco. Il genio e la sregolatezza di Dig, Lazarus, Dig!!! (2007) flirtavano senza remore con il garage rock indiavolato dei Grinderman, un naturale e consapevole esperimento di commistione delle due formazioni, che in nulla sembrava voler recuperare il discorso del doppio Abattoir Blues/The Lyre of Orpheus (2004): non fu un caso che ancor prima di “Grinderman”, si ipotizzò di nominare il gruppo “Mini Seeds”, proprio ad esprimere l’intento di rifuggire, per un po’, le profondità tematiche e compositive dello storico gruppo. Tutto ciò non dev’essere andato a genio a Mick Harvey, braccio destro di Cave dai tempi dei Boys Next Door: nel 2009 decise di lasciare la compagnia, interrompendo un sodalizio lungo 36 anni. Mick motivò la decisione dichiarandosi insoddisfatto delle recenti scelte musicali, e si buttò anima e corpo nelle sperimentazioni in studio e dal vivo della Polly Harvey di Let England Shake (2011).

Push The Sky Away, dopo tanto peregrinare, ci riconsegna dei Seeds ispirati, pronti a mandare in fumo ogni facile previsione. Non è di ritorno il “Re Inchiostro” al piano di The Boatman’s Call, né dominano le maestose atmosfere del virtuosistico (e impareggiabile) No More Shall We Part. Push The Sky Away, definito da Cave un neonato tenuto in vita in incubatrice dai battiti-loop di Warren Ellis, è figlio di una dichiarata fascinazione per l’impalpabile fuga di informazioni del momento storico e tecnologico presente. Mai l’avremmo immaginato: Cave dichiara di essersi perso tra le pagine di Wikipedia, rapito dal coesistere, nella medesima piattaforma, di dettagli, mode passeggere e concetti capitali; dalla nostra capacità di attribuire valore alle informazioni entro il mare magnum di internet. “Wikipedia is heaven when you don’t remember anymore”, mormora tutt’altro che ironico nella fosca We Real Cool. Fugacità e impalpabilità prendono corpo in un suono più sfuggente che in passato: la più parte dei brani scorre calma e riflessiva, trainata da linee di basso insistenti (Barry Adamson, assente dalla discografia dei Bad Seeds dalla Berlino di Your Funeral… My Trial torna qui dopo quasi trent’anni) e gorgoglii ripetuti; il tocco di Jim Sclavunos è il più delle volte accennato, cullante, accompagnato da percussioni “altre”, strumenti non meglio identificati, dice Cave; persino la presenza di Ellis, anziché drammatica linea narrativa a sé stante come spesso in passato, si divide tra impercettibili dettagli (le simil-sirene di sottofondo in We No Who U R), e ossessivi loop (la minacciosa Water’s Edge ricorda vagamente certe tensioni degli anni Ottanta). Altra storia per l’ambiziosa Jubilee Street, un brano imponente e controllato come si conviene a un classico.

La tragicità della vicenda della prostituta Bee si trasforma gradualmente nella redenzione del suo più assiduo, miserabile cliente, mediante un crescendo che dagli accordi ripetuti della chitarra porta alle altezze celestiali degli archi di Ellis. A corroborare la qualità ciclica dei brani sono i ritmi del mare, l’altra metà dell’ispirazione del disco. I testi sono costellati da riferimenti a Brighton, alle sue fanciulle incantevoli e ai suoi fanciulli marpioni, alla luce accecante che, come in copertina, filtra nella camera da letto del poeta. Il nudo della consorte Susie Bick sembra quasi catalizzare simbolicamente l’ennesimo inventario di creature femminili, che come sempre Nick riesce a immortalare con sete di dettagli. Mermaids raggiunge un mirabile sincretismo: alle consuete ossessioni di Cave si aggiungono le passeggiate in riva al mare e quelle tra i sentieri di Google : “I believe in God/I believe in mermaids too/I believe in 72 virgins on a chain/ why not why not”. In quel “why not” sussurrato a mezza bocca è riassunto quel senso di apertura e ponderazione filtrato meravigliosamente dappertutto nel disco. L’iconicità di Jubilee Street si merita il bozzetto Finishing Jubilee Street, che sulla scia di There She Goes, My Beautiful World (2004) prosegue il filone di riflessione sulla scrittura, questa volta raccontandoci, attraverso un botta e risposta a più voci, di un sogno che si trasforma in piccolo dramma pastorale.

I quasi otto minuti di Higgs Boson Blues ruotano attorno all’inventiva lirica di Cave, rispecchiata da una maggiore varietà nell’espressione vocale.  Il coro di bambini dell’ École di Saint-Martin accompagna gli sproloqui di Cave, animati da un desiderio di abbandono (“Can’t remember anything at all/Who cares what the future brings?”) che lascia campo libero alle immagini più assortite: tra i riferimenti alla fisica compare il fantasma di Robert Johnson che, come ci si aspetta, non teme il confronto col diavolo; un po’ meno ci aspettiamo un riferimento a Miley Cirus, qui nominata anche col suo alter ego Hannah Montana. Effetto sorpresa pop, un po’ come quando Bunny Munro, personaggio dell’ultimo romanzo di Cave, ricordava con goduria gli hot pants di Kylie nel video di Spinning Around. Con la title-track, in cui tornano le voci bianche ad accompagnare il mantra “you’ve got to just keep on pushing/push the ky away”, il disco volge al termine, radunando i suoi toni più cupi e riflessivi, supportati dal basso di Adamson e da un Rhodes a dir poco desolante. È sul brano più minimalista e tetro del disco, per ironia della sorte, che Cave staglia la frase più Grinderman di tutte: “Some people say it’s just rock and roll/Oh, but it gets you right down to your soul”. I Bad Seeds si confermano maestri nel complicare quel “just”, maestri nel filtrare inquietudini e suggestioni che, per nostra fortuna, la penna felice di Cave continua ad appuntare. È il solito piacere invecchiare con questi “bruti gentiluomini” .

Published on Indie-Eye

2013-02-23

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