Baby Dee: Interview (Indie-Eye)

Da certi artisti non sai davvero cosa aspettarti. Cerchi di pensare alle domande giuste da fare, ma hai la sensazione che ogni domanda specifica risulti restrittiva e che non ci siano dinamiche promozionali che tengano: finirà comunque per prevalere la loro personalità imprevedibile e il loro carisma. È proprio il caso di questa domenica londinese di pioggia in cui ad aspettarci non molto lontano da Camden Town è Baby Dee, artista poliedrica e per definizione fuori dal comune che, entrata da relativamente poco nel mondo discografico, ha accumulato nel tempo le esperienze di vita e d’arte più disparate, tutte condensate e generosamente offerte all’ascoltatore nella sua musica. Classe 1953, originaria di Cleveland, Ohio, dove ancora adesso vive dopo molto peregrinare, Dee è passata da ritrattista a musicista, dal conservatorio lasciato a metà strada a direttore musicale di una grande chiesa cattolica della sua città. Poi la transizione all’altro sesso, il trasferimento a New York e le performance di strada, l’”arruolamento” come finto ermafrodita del Coney Island Circus sideshow e gli spettacoli nei club gay della grande mela, l’incontro con Antony e via via l’intensificarsi di collaborazioni e concerti con Current 93, Dresden Dolls e un plotone di altri artisti diversissimi tra loro. La scrittura, intensificatasi dopo un primo ritorno nella città natale in concomitanza con un fallimentare tentativo di lavorare come potatrice d’alberi, si è rivelata per Dee il luogo ideale per esprimersi, accompagnata dai suoi due strumenti d’elezione, il piano e l’arpa. Contro chi persiste nel decifrare i suoi lavori accostandoli alle fortunate collaborazioni con grandi artisti con cui ha avuto modo di misurarsi, Dee a partire dal suo primo disco Little Window (2000) all’ultimissimo Regifted Light (N.D.R. recensito da questa parte su indie-eye network) uscito per Drag City, ha saputo costruire uno stile riconoscibile e inevitabilmente personale, che riesce magistralmente a unire una sensibilità e una visceralità sopraffine a una vena comica, spesso grottesca, di estrema godibilità. Abbiamo chiacchierato con Dee nella lounge di un elegante hotel, affiancati da un austero pianoforte a coda: in barba a un brutto raffreddore ci ha accolti con estrema gentilezza e con tanta voglia di raccontarsi.

Come stai, Dee?

Malata. Impossibile non ammalarsi con questo clima e in questa città! Già. I raffreddori non sono mai gli stessi una volta che hai avuto la polmonite. L’anno scorso in questo periodo l’ho avuta e per altro ho dovuto cancellare delle date proprio in Italia. Da allora la polmonite non mi ha lasciato per… beh, diciamo che ne ho sentito gli effetti fino allo scorso Settembre. Quando ti capita poi ogni volta che prendi il raffreddore temi sempre il peggio! Stasera suoni al concerto di Marc Almond qui a Londra. Suonerai l’arpa? Sì, l’arpa e la fisarmonica. Aprirò il concerto con un paio di canzoni mie e poi mi unirò agli altri suonando l’arpa e la fisarmonica in alcuni pezzi. Membro della band e amica di famiglia! Un peccato non esserci. Per altro è un evento molto atteso, è andato sold out in pochissimo… Esatto. Non è andato solo sold out, ma over-sold out! Per altro Marc darà gli incassi di questi due concerti in favore del teatro [Wilton’s Music Hall], che è davvero davvero bello.

È anche piuttosto antico se non sbaglio.

Assolutamente, è la più antica music hall di Londra. E un bellissimo posto in cui suonare. E lunedì uscirà il tuo nuovo album, Regifted Light.

Un binomio perfetto, direi.

Sì, ne sono molto felice.

L’album è decisamente incentrato sul pianoforte, l’adorato Steinway D che hai in casa a Cleveland. È il tuo strumento preferito in assoluto, vero?

Lo è eccome. Non capita spesso di poter vivere con un pianoforte del genere in casa. Negli ultimi tre anni sono stata ossessionata da quel piano, è così maestoso. È stato molto divertente mettere insieme i pezzi. Tutti coloro che hanno collaborato hanno detto la stessa cosa, che è stata l’esperienza più divertente che avessero mai avuto in una session di registrazione. È stato tutto molto spontaneo, non abbiamo mai suonato più di una volta un pezzo, né abbiamo riascoltato di continuo le registrazioni per assicurarci che andassero bene. Al massimo abbiamo risuonato due volte la stessa porzione di brano. Andrew W.K. si è occupato di tutta la parte di editing e di mixing dell’album ed è davvero un maestro nel farlo. È sempre stato presente e appena sentiva qualcosa che secondo lui poteva funzionare la fissava, rendendo il procedimento nel complesso molto facile. È stato tutto spontaneo e vivo, oltre che divertente. Abbiamo registrato tutto in tre giornate, a casa mia; era tutto coperto di neve fuori, ci portavamo cibo e alcolici dentro… davvero delizioso.

… e i gatti che giravano per casa, immagino.

No! Ho dovuto segregarli perché Andrew e Mark Messing, che ha suonato la tuba, sono allergici. Anche io sono stata allergica ai gatti tempo fa, poi stranamente mi è passata. Un mistero.

C’è una canzone nell’album che ha un titolo rivelatore, Coughing Up Cat Hair… ti succede davvero coi gatti?

[Ride] Sì, sono molto empatica coi gatti. Quanti ne hai adesso? Adesso ne ho solo due. Ma c’è stato un periodo, terribile direi, in cui ne avevamo in casa ventotto. Erano quasi tutti selvaggi. Io ne avevo sette, ma una mia cara amica che mi aiutava a prendermi cura di mia madre, ha avuto dei problemi con la sua casa e io mi sono offerta per ospitare i suoi gatti. Si è presentata con quattordici gatti e un cugino.. che era uno spacciatore di droga [Ride]. Una delle sue gatte è rimasta incinta e se ne sono aggiunti altri sette, così siamo arrivati a ventotto. A parte i miei gli altri erano tutti gatti di strada, ben poco affabili. Per sette mesi hanno reso la mia vita una sofferenza. Sembrava di stare in una commedia. All’inizio ero tutta carina e offrivo la mia ospitalità, poi dopo sei mesi mi son ritrovata a dire “Fuori dalla mia cazzo di casa!”.

Tornando a parlare del nuovo disco. I pezzi strumentali prevalgono in questo album. La tua voce compare dopo dieci minuti dall’inizio. Ho avuto quasi l’impressione che tu sia quasi avvolta dagli strumenti, come se ti proteggessero in qualche modo.

Sì, forse è proprio così. Non so come mai, ma credo di non scrivere canzoni come chiunque altro. Non riesco davvero a scrivere un pezzo se non ho qualcosa da dire. Per me scrivere una canzone coincide con il dire qualcosa. Qualcosa di importante. Io non ho davvero problemi a chiacchierare e parlare a dismisura, ma quando si tratta delle canzoni è diverso. Non è che sia scrupolosa o altro, è solo che non riesco ad abbondare se non ho qualcosa di importante da dire. Stavo per chiederti del tuo rapporto con la scrittura.

Ci sono parecchi riferimenti al momento della scrittura nel tuo album precedente [A Book of Songs for Anne Marie]. Forse mi sbaglio, ma Endless Night parla dello scrivere una canzone d’amore?

Non propriamente. Diciamo che tutte le canzoni da quel disco sono canzoni sull’amore, senza eccezione. E Anne Marie è un personaggio che incorpora l’amore in tutte le sue forme, giusto? Non voglio dare troppi dettagli a riguardo. Lasciamo che rimanga qualcosa di misterioso. Ti ripeto, non ho davvero problemi a chiacchierare a oltranza, ma se esprimo qualcosa in una canzone, per me è importante che rimanga dentro quella canzone. Ogni volta che spiego una canzone a qualcuno poi me ne pento. Credo sia una cattiva idea.

Rovina il piacere dell’interpretazione…

Esatto. Se scrivi un pezzo è perché vuoi dire qualcosa e quello rimane l’unico motivo per cui l’hai realizzata fin da principio. Se puoi dire qualcosa in un altro contesto allora non c’è ragione al mondo per cui tu debba dirlo anche in una canzone. Per altro cercare di spiegare gli stessi concetti li porta ad un livello più basso, li rovina in qualche modo.

Parlando in termini più generali abbiamo detto che Anne Marie è un disco sull’amore. Nonostante ci siano nella tua musica dei momenti tetri e molto drammatici, possiamo dire che ci sia sempre una forte speranza nelle parole, una grande fiducia nell’amore come riparatore di ogni sofferenza?

Approvo. Credo nell’amore e credo anche che sia molto facile crederci. Esorto sempre tutti ad amare in tutte le forme e ad innamorarsi.

Una domanda specifica su una canzone te la faccio comunque, perché è davvero troppo curiosa. Prometto che sarà l’unica. Di chi parla The Pie Song, in cui reclami all’infinito un pezzo di torta?

The Pie Song è dedicata ad un amico, che è un grande amatore delle torte oltre ad essere il mio manager, Richard Guy. Mi piace un sacco dare soprannomi alla gente, spesso anche non molto lusinghieri, diciamo così. A volte non riesco proprio a esimermi dal farlo. Ebbene Richard, che aveva un café a Coventry, vendeva delle torte di cui andavo matta. Così iniziammo a chiamarlo Little Ricky, come nello show di Lucille Ball e Desi Arnaz [una commedia della CBS degli anni Sessanta intitolata “I Love Lucy”]: loro avevano un bambino che nella fiction si chiamava Little Ricky, da lì viene il soprannome. Essendo Richard bravo a fare le torte abbiamo preso a chiamarlo “Little Ricky el hombre del pie”. Ho scritto la canzone proprio per lui. Originariamente aveva un bridge un po’ folle in cui cantavo “Liiittle Riiicky hombre del piiie”. [Ride a crepapelle]. Davvero stupida. Di fatto la canzone era in origine molto più stupida di quanto già non sia sul disco. Diciamo che l’abbiamo resa più degna in vista dell’album.

Parlando invece delle tue performance. Avendo tu spaziato tra diversissime forme d’arte ed essendoti esibita in luoghi i più disparati possibile, tra i luoghi di culto alle strade, passando per i freakshow e così via, riesci a identificare un pubblico che sia più vicino, appropriato se vuoi, al tuo modo di stare sulla scena?

Io da sempre penso che il pubblico più adatto sia quello intelligente. Mi piace suonare per le persone intelligenti. Non mi piace altrettanto esibirmi per le persone stupide. Al di là di questa distinzione non c’è un contesto specifico che prediliga. Mi ritengo molto fortunata perché il mio pubblico è piuttosto disseminato, vario. Non sono solo hipster o appartenenti alla comunità queer come si può pensare. Ripeto, è abbastanza variegato. Credo sia un po’ la speranza di ogni artista, quella di non avere un pubblico troppo ripartito, settoriale. Mi piace molto questa varietà.

Com’è stato invece il passaggio dalla dimensione estemporanea degli spettacoli alla registrazione? Incidere un disco ha assunto per te un significato particolare?

In passato effettivamente mi interessava soltanto suonare per la gente e per niente registrare. Ho iniziato a incidere dischi praticamente a metà dei miei quarant’anni, una decade fa. La registrazione era allora qualcosa per cui non mi ero creata alcuna aspettativa, tanto per cominciare. Non mi aspettavo che fosse divertente o trascendentale per me. Poi quando ho iniziato è cambiata proprio la prospettiva. Definisce quello che crei, lo cristallizza. Finché non la registri ogni cosa che ti gira per la testa rimane fluida, puoi cambiarla in ogni momento, specie le parole; puoi sempre aggiungere qualcosa di nuovo, un’intro strumentale di quindici minuti magari. Quando è registrata è fatta e devi accettare che sia così. È come quel quadro che vedi, non è che ora uno passa e ci aggiunge un altro personaggio che cammina lungo il fiume. All’inizio questa prospettiva non mi entusiasmava, preferivo che le cose potessero vivere il cambiamento e mi sentivo come ingabbiata in qualche modo. Ma c’è qualcosa di intenso al contempo, il fatto che si possa dar vita a una creatura finita, senza ripensamenti, e l’intensità del prodotto finito è qualcosa con cui ho imparato a scendere a patti. E così la registrazione mi ha aiutata molto a trovare quel senso della finitezza, ad accettare che le cose non possono essere cambiate in continuazione e che devono avere un inizio, una metà e una fine, parole che allora pensavo fossero nefaste. Odiavo molto definire le cose. Quando registri invece è tutto un definire. Per esempio con questo nuovo disco: molti di quei pezzi a cui ho dato dei titoli allegri, come Cowboys With Cowboy Hat Hair e Coughing Up Cat Hair, sono usciti fuori da una prospettiva senza inizi e senza fini, dalla musica classica, da inno, che è partorita dal pianoforte meraviglioso che ho in casa, sono fuoriuscite letteralmente dallo strumento. Non potrei scrivere pezzi del genere su un piano come questo [indica il piano nella hall]: se riesci a immaginarlo pensa che lo Steinway D è quasi due volte grande. La maestosità dello strumento e il suono portano a improvvisare senza freno e a creare pezzi che faticano a entrare in quella logica di inizio, mezzo, fine, di finitezza in genere, e quindi per inciderli ti ritrovi a stabilirne i confini, a dire “potrebbe iniziare qui”, “potrebbe finire lì” e così via. Abbiamo registrato a pezzi, anzi, in sessioni, grandi sessioni, tre o quattro in totale e poi editato tutto in fase di missaggio. Per questo ci sono brani che iniziano in modo maestoso e si trasformano del tutto: tre o quattro pezzi dell’album hanno questa dinamica. Il pezzo On The Day I Died la rappresenta in pieno. A volte mi ritrovavo a fare dei pezzi strumentali di quindici minuti ininterrotti, mi accorgevo che mi aspettavano, specie un chitarrista bravissimo che ci ha raggiunti, e dicevo “Ok adesso attacco!”. È un’idea così ridicola, un’intro di quindici minuti per un pezzo di due [Ride].

Prima parlavi di Andrew W.K. Hai avuto modo di collaborare davvero con molti artisti diversi fra loro. Cosa credi debba scattare perché una collaborazione funzioni al meglio? Credi sia una questione di comune visione sulle cose o più una questione di versatilità?

Innanzitutto credo che non avrei potuto collaborare in questo modo quando ero più giovane. Ero troppo attaccata a quello che stavo facendo. A questo punto della mia vita incontro le persone, mi capita di ammirare i loro doni di natura, i loro talenti e le loro abilità. Ciò è successo con quel bel gruppo di persone con cui ho avuto la benedizione di lavorare. E adesso apprezzo molto che qualcuno prenda del mio e ne faccia quello che vuole, personalizzandolo e dando un apporto personale, in totale libertà. A volte portano il mio materiale in luoghi che io non avrei esplorato e questo giova alla mia musica, la rende più forte, più viva. Non vedo l’ora che si occupino della mia musica e che la rendano viva al di là delle mie intenzioni, di come l’avevo concepita. Sapevo per esempio che Andrew aveva una grandissima affinità col mio lavoro. Non è un caso che questo magnifico pianoforte me l’abbia dato lui, perché a lui piacciono le cose gigantesche, è un maestro della grandezza. È la sua natura. Al contempo sa essere gentile e premuroso. È probabilmente il musicista più assurdo che abbia mai conosciuto, può fare qualsiasi cosa, davvero, oltre ad essere un eccellente pianista e bassista. Lui sì che è davvero versatile. Sapevo che poteva imprimere un’idea di grandezza e di esagerazione, se vuoi, e ho voluto fermamente che lo facesse. Spesso quando collabori con qualcuno l’altro tende a essere intimidito, non vuole imporsi sul tuo lavoro. Io invece voglio che si impongano, che lascino la loro traccia. Lui si sente eccome! Andew è dappertutto in questo album: la grandezza che si percepisce è tutta sua. Ed è anche molto bravo a divertirsi! Ce la siamo davvero spassata.
Forse deriva anche dalla sua attitudine hard rock…

Decisamente. Lui è proprio hard rock, il perfetto big party guy. Se hai presente il programma che fa con i bambini, è assurdo. Fanno esplodere qualsiasi cosa, è liberatorio e casinista.

Venendo all’Italia. Quando hai lasciato New York per un periodo sei stata in Europa. Sei capitata in Italia?

C’è stato un periodo negli anni Settanta in cui sono stata appunto in Europa e giravo in tour. Per la maggior parte del tempo sono stata però a Parigi e a Lisbona. In Italia son stata tardi, non prima del 2000. Il mio primo booking agent per l’Europa era di Torino ed è proprio a Torino che ho suonato da sola per la prima volta in Italia.

C’è un concerto che ricordi in particolar modo in Italia?

Oh, sì. Proprio un concerto a Torino. Abbiamo suonato in un ex cimitero [di San Pietro in Vincoli]. Da fuori sembra un grande edificio, poi entri e c’è una sorta di giardino con dietro una facciata e una specie di tempio, su cui abbiamo suonato. È stato assurdo. Chi avrebbe mai pensato che suonare in un cimitero potesse essere così spettacolare. Per me è stato unico e commuovente. E poi non è come in America dove le immagini nei cimiteri sono più gioiose, con gli angioletti e roba così, le sculture sono più austere, con teschi e ossa… Era di certo la location adatta per i momenti più oscuri della tua musica. Sì. Nell’ultimo album c’è una canzone intitolata On The Day I Died, quindi vedi bene che con la mia musica mi capita di andare in quella direzione. Ma è ben diverso andarci in una canzone o in un album. Andarci in una performance è ben diverso, è difficile. E non mi ci sento neanche a mio agio, devo dire. Tendo sempre a preferire soggetti più allegri, perché è un dato di fatto, non c’è niente di bello nella morte, niente di niente, neanche vedendola in modo romantico. Ma in quell’occasione mi sono lasciata andare e in qualche modo era come se i morti fossero parte dell’audience. Quel posto è davvero stregato. Uh, parlando dell’Italia, guarda qui che belle scarpe mi hanno regalato. Abbiamo suonato ad una sfilata e mi hanno regalato queste scarpe, che mi hanno detto appariranno su Vogue, calzate dai miei piedi. Quindi sarò su Vogue, nella sezione degli accessori, ma solo i miei piedi! Abbiamo suonato a Firenze per la sfilata di Paolo Quaranta, che è anche responsabile dell’artwork di David [Tibet, dei Current 93]. Io, David e Andrew Liles, abbiamo messo su un terzetto e suonato per l’occasione.

Caspita, una specie di concerto segreto…

Sì, era proprio per la sfilata. Mi ha colpito molto la quantità enorme di lavoro e di preparativi che stanno dietro a questi eventi che in fin dei conti poi durano un quarto d’ora. È stato bellissimo… e poi i miei piedi hanno avuto successo! Tornerai presto in Italia? Sì, con i Current credo alla fine di questo mese, mentre per questo nuovo disco arriverò in tour in Europa non prima di Settembre.

Published on Indie-Eye

2011-03-18

 

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