Bill Callahan – Apocalypse (Indie-Eye)

Non sta per abbattersi nulla di devastante su quel Mule Ears Peak, monte situato in Texas e riportato in copertina nel dipinto di Paul Ryan. Non c’è niente di apocalittico in senso stretto nel quattordicesimo disco in studio di Bill Callahan. L’apocalisse di Bill è una fascinazione malinconica per il senso della fine che permea ogni riflessione dell’uomo su se stesso e sui suoi legami con il territorio, la patria, la sua gente. Lo sguardo solitario di Bill si posa sulla realtà che lo circonda in cerca di rivelazioni e significato, imbattendosi come di consueto nell’inafferrabilità dei sentimenti, delle relazioni, in quelle sfumature di grigio che complicano la percezione del mondo e ne rendono più complesso e imprevedibile il racconto. Per scavare nel mistero servono le qualità di un ottimo storyteller, la sua sensibilità e la sua attenzione per il dettaglio, e Bill è ormai una figura principe della narrazione in musica, perfetto mediatore tra una dimensione personale del racconto e un respiro condiviso, umano che rende le sue canzoni dei frammenti di vita cui tornare per farsi delle domande.

Nonostante l’apertura ariosa degli arrangiamenti orchestrali, aggiunti in un secondo momento alle composizioni più scarne eseguite dal vivo, Sometimes I Wish We Were an Eagle (2009) si presentava nel complesso come un disco cupo, in cui l’investigazione dello storyteller annunciava di arrendersi e cullarsi in un limbo di incertezze (“It’s time to put God away/This is the end of faith/No more must I strive/To find my peace in a lie”). Apocalypse mostra la stessa riluttanza, specie nella sua prima, più tormentata metà, ma sembra recuperare via via attraverso i suoi personaggi un energico slancio verso la luce, idealmente rappresentato dall’esplosione della meravigliosa Universal Applicant, in cui lo sparo (“ffff, pouh!”) di un razzo incendia la barca della solitaria voce narrante, destinata ad annegare con tutte le sue precedenti incarnazioni (“and the punk/the lunk/the drunk/the skunk/the monk in me all sunk”). Un’oscura ripartenza. Il disco, composto da pezzi oltre i cinque minuti (fatta eccezione per Free’s) e registrato in studio con una piccola band, attua un’eccellente compromesso tra una dimensione controllata, pulita del suono e una sua forte riduzione in termini di sontuosità rispetto ai due album precedenti, facendo della voce di Bill e delle parole i protagonisti assoluti del processo introspettivo.

L’album si apre con la paesaggistica Drover, il cui incedere galoppante di chitarra e percussioni racconta lo sconforto del mandriano che affida il proprio dolore e la propria frustrazione al bestiame mentre scorre nella valle e inaspettatamente gli si rivolta contro. Accanto al sublime violino di Gordon Butler, che marca il pezzo di tragicità, fa la sua comparsa uno strumento inedito messo alla prova ripetutamente in questo disco, il flauto (suonato da Luke Franco), che amplifica il senso di spontaneità delle riflessioni del narratore. Il passare inesorabile del tempo e lo sciuparsi delle relazioni è raccontato in Baby’s Breath, in cui l’unione in matrimonio preannuncia lo sfiorire di un amore e la tragedia della perdita. L’ipnosi creata dall’accelerazione e dal rallentamento delle chitarre si dissolve in rassegnazione, rendendo il senso di solitudine quasi palpabile (“Oh I am a helpless man so help me”). Il terzo capitolo ribalta la situazione. America! è l’unico pezzo in questo album, per definizione un grower, che vanta una godibilità immediata. Lettera d’amore al suo paese “grand and golden”, il pezzo si muove tra funk, blues e distorsioni elettriche che lo rendono istantaneamente aggressivo e godibile. Il testo cita Dave Letterman, mostri sacri del country e forze armate, ma mantiene un tono sardonico (“I’ve never served for my country”) e un occhio sugli insoluti, nominando i paesi con cui l’America è entrata in conflitto e asserendo “Everyone’s allowed a past they don’t care to mention”. I sei minuti waltzerini di Riding for The Feeling rivelano l’apocalisse esistenzialistica, personale di Bill. Il testo sembra descriverlo in una stanza d’albergo dopo una sessione di interviste: difficile descriversi, difficile gestire la solitudine (“with the TV on mute/I’m listening back to tapes/On the hotel bed/My my my apocalypse”). Ed è difficile capire cosa intenda per “riding for the feeling”: un viaggio verso l’ignoto? Abbandonarsi alle cose che contano?

Dopo la bucolica Free’s, guidata da volteggianti flauti e da un fischiettare spensierato, l’album chiude con la lunga One Fine Morning, una sorta di descrizione utopica di un non-luogo dominato da un’armonica serenità in cui sembra essersi avuta la rivelazione finale (“One fine morning/yeah, it’s all coming back to me now/my apocalypse/my apocalypse”), in cui le angosce iniziali vengono messe da parte (“No more drovering”, afferma Bill, capovolgendo proprio il primo brano). Il pezzo, quasi recitato, ricorda un’estatica, lunga tirata nello stile di Van Morrison, ed è impreziosito dal pianoforte di Jonathan Meiburg. Negli ultimi due versi Bill scandisce: “DC 450”. Niente di criptico, è solo il numero di catalogo del disco. Bill sembra quasi voler rimarcare il confine tra l’album e il coinvolgimento dell’ascoltatore, ricordandoci che è “solo” un’opera d’arte, la sua personale apocalisse. Ogni disco di Bill Callahan finisce per ispessire il mistero che tenta di svelare in partenza e Apocalypse, nella sua straordinaria bellezza, non fa eccezione: è come sempre un privilegio per chi ascolta entrare in contatto con le storie e le esperienze del suo narratore.

Published on Indie-Eye

2011-05-14

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