Scout Niblett: Interview (Indie-Eye)

Ci si aspetterebbe una presenza indomabile. Invece no. Emma Louise Niblett, classe 1973, mette subito a proprio agio, si racconta con pacatezza e regala sorrisi ad ogni occasione. Tornata in tour in Europa per poche settimane, Scout approda a Londra per una data unica al Cargo, accompagnata alla batteria dall’ormai fedele Daniel Sigmund Henry Wilson, che presenta come “suo figlio”. L’adrenalinico show di Scout è a tutti gli effetti uno spettacolo a quattro mani: la loro sinergia è assoluta e un brano dopo l’altro i due si osservano e si incitano vicendevolmente, alla ricerca di un suono grezzo e tonante, valvola di sfogo per le adorate radici grunge che Emma continua ad esplorare e riaggiornare dal primo album Sweet Heart Fever, che quest’anno festeggia dieci anni dalla sua uscita. Preceduto da una roboante performance della nuova artista del South Dakota EMA, il set di Scout riserva più di una sorpresa. I pezzi dell’ultimo, ruvido album The Calcination of Scout Niblett si riconfermano travolgenti e massicci, su tutti Cherry Cheek Bomb, in cui all’incisivo riff heavy di Scout la batteria di Daniel risponde perforante, quasi provocatoria: a concerto appena inziato, i due sembrano voler sfogare subito tutte le energie, senza tanti preamboli. Due cover, tra cui il classico reggae Uptown Top Ranking, richiesto dal pubblico ed eseguito da sola alla chitarra, e una Kidnapped By Neptune impeccabile, una sorta di rito propiziatorio ultraterreno, un inno alla creatività artistica cantato ad occhi chiusi, con la nota finale prolungata ad oltranza, quasi Scout stesse ululando in cerca di una risposta dal pianeta. Giubba di salvataggio e capelli raccolti a codini, è impossibile non intravedere in Emma l’atteggiamento di una bambina sorridente nel pieno del suo gioco preferito. Non è un caso che il suo nome d’arte sia ispirato alla voce narrante di To Kill a Mockingbird di Harper Lee, la piccola eroina Scout. L’abbiamo incontrata a soundcheck avvenuto, in completo relax su un divano del Cargo. Tra alchimia, rinascite, pianeti e progetti futuri ecco cosa ci ha raccontato.

 

Ciao Emma, come va?

Tutto bene!

Sei tornata on the road dopo una pausa di alcuni mesi. Hai recuperato le energie dopo lo scorso lunghissimo tour?

Sì. Abbiamo finito l’ultimo tour a Dicembre. Questa volta si suona per due sole settimane. Abbiamo avuto il tempo necessario per riprenderci, decisamente. A dire il vero ci sarà un’altra lunga pausa che coinciderà con la preparazione del nuovo album.

C’è un nuovo album in arrivo…

Sì, stiamo lavorando a casa su canzoni nuove.

Ne suonerete alcune dal vivo?

Suoniamo un pezzo nuovo e… una cover di Paul McCartney!

L’ultima volta che ti ho vista dal vivo è stato a Roma. Quella sera eri a dir poco iperattiva! Sul palco sei assolutamente a tuo agio. Mi chiedevo se ci fosse un’influenza dei tuoi studi di performance e teatro a Nottingham. Ti capita mai di sentirti un personaggio mentre suoni?

Mi sento una bambina sul palco e lo adoro. Di fatto penso di essere una persona piuttosto seria. Per certi versi credo di provare angoscia e preoccupazione per molte cose e quando salgo sul palco tutto ciò scompare e torno di nuovo bambina.

Parlando d’infanzia. In molti dei tuoi brani, specie dei primi dischi, si avverte spesso nelle cantilene o nei testi il tentativo di vedere le cose dalla prospettiva di una bambina. È come se la tua infanzia continuasse a vivere nella tua musica, mi sbaglio?

È proprio così! Ho provato ad analizzare questa cosa e sono arrivata a questa conclusione: da piccola non ho avuto una vera e propria infanzia, mi è toccato crescere molto in fretta a causa delle dinamiche interne alla mia famiglia. Non ho mai avuto occasione di giocare e divertirmi come avrei voluto. Perciò è diventata quasi un’ambizione, quella di riprendermi un po’ della mia infanzia nella mia vita adulta.

Parlando del tuo ultimo album, The Calcination of Scout Niblett. Puoi spiegare cosa si nasconde dietro all’idea di “calcination”?

È fondamentalmente il primo stadio dell’alchimia. Credo ce ne siano sette in totale. L’alchimia è un modo per classificare le trasformazioni sia del mondo fisico che di quello psicologico. Il primo stadio, la calcinazione, è quando inizi a riscaldare degli oggetti e a bruciarne via gli elementi “sbagliati”, le scorie. Mi sono ritrovata ad appassionarmi alla letteratura sull’argomento, ho letto libri esoterici a riguardo per molto tempo e ho pensato che da un punto di vista psicologico a me stesse succedendo la stessa cosa ormai da tempo. Stavo osservando me stessa e cercavo di capire chi fossi, quali fossero le cose che non mi andavano a genio e via dicendo.

L’album è una sorta di training psicologico…

Sicuramente. È un album in cui guardo dentro me stessa. Negli album precedenti descrivevo più me stessa in relazione ad altre persone, mentre qui il tutto è molto più introspettivo.

E nel mezzo di questa introspezione spunta non poca rabbia nei testi, vero?

Oh, sì! [Ride]

Fa parte del processo?

Assolutamente. Una delle cose con cui mi sono ritrovata a combattere è stato il mio essere furiosa, arrabbiata per alcune cose. Tutto ciò mi stava creando delle difficoltà, quindi avevo bisogno di affrontare la rabbia e utilizzare le canzoni per darle sfogo.

Musicalmente il disco è decisamente più “grezzo” del precedente This Fool Can Die Now. Le atmosfere sono molto cupe e spesso il senso di claustrofobia si genera attorno al tuo essere sola con la chitarra. C’è una qualche influenza musicale in particolare che si è riversata nel disco?

Sì, ho ascoltato molto John Lee Hooker e molti artisti solo voce e chitarra. Ho ascoltato lui più di tutti gli altri comunque mentre scrivevo l’album.

La cupezza delle atmosfere mi ha ricordato alcuni brani dei tuoi album precedenti, che rimangono più isolati dal resto proprio per il loro essere oscuri. In particolare The Sun and I. Mi sono sempre chiesto di cosa parlasse quel brano.

Non parla di qualcosa di specifico. Sono più idee messe insieme nello stesso pezzo. In quel periodo sperimentavo molto con l’accostare significati diversi tra loro che potessero “suonare” bene insieme. Molte delle cose di cui parla The Sun and I vengono dall’astrologia da me praticata.

L’hai mai suonata dal vivo?

Effettivamente no, mai.

Passando a The Calcination of Scout Niblett, la canzone. Com’è è nato il progetto di inciderla 100 volte di seguito? Dovevi essere esausta alla fine delle registrazioni!

Il progetto era davvero strano. L’ho procrastinato a lungo. Ne registrai 55 in alcuni giorni della settimana e poi son partita per il tour, l’anno scorso di questi tempi. Ho fatto le restanti 45 in un giorno solo, quindi alla fine ero… in un altro mondo. [Ride]

L’idea di personalizzare le tue uscite discografiche era già nata da un punto di vista visuale con le sleeves del tuo 45 giri Whoever You Are Now. Ognuna era diversa e disegnata a mano da te. Hai mai pensato di mettere insieme una raccolta con le tue illustrazioni?

Sì, ci ho pensato! Mi piacerebbe molto.

Tornando alle performance live. In un’intervista di molti anni fa hai dichiarato che uno dei tuoi obiettivi era far sì che la combinazione batteria-voce diventasse accettata, familiare al pubblico. Come vivi quella dimensione oggi?

Penso di aver raggiunto l’obiettivo. Ho notato che il pubblico si aspetta che io prenda posto alla batteria e si diverte molto mentre la suono. Credo sia un’opzione accettata dalla gente, ormai. E poi devo dire che tendo a dimenticarmi che nessun altro artista lo faccia… è strano! Credo di essere l’unica a farlo. Io adoro suonare la batteria. Non sono ancora così brava da un punto di vista tecnico, ma mi dà un sacco di energia… colpire qualcosa.

So che anche in questo tour quando suoni alla batteria Your Beat Kicks Back Like Death inserisci la cover di We Are The World. Come è nato questo strano accostamento?

Durante l’ultimo tour in un momento di grande noia ci siamo messi a guardare video su Youtube a caso e abbiamo rivisto il video di We Are The World e mi sono resa conto di quanto adori quel brano. Non riuscivo a smettere di cantarla e così mi son detta “La inserirò nel set da qualche parte”, ma non riuscendo ad adattarla alla chitarra elettrica ho deciso di inserirla nel mio pezzo! [Ride] Credo funzioni molto bene, è un accostamento divertente.

Ti piace fare cover di pezzi pop, si direbbe. Althea & Donna, Irma Thomas…

Decisamente. In questo tour facciamo appunto la cover del pezzo di McCartney Maybe I’m Amazed, dal suo primo album solista. Ed è un momento molto divertente perché Dan, che mi accompagna di solito solo alla batteria, nel pezzo suonerà anche la chitarra.

La tua alchimia con Daniel sul palco è straordinaria. Come è iniziata la collaborazione?

Stavo cercando un batterista che mi accompagnasse in tour e conoscevo Dan in quanto mio amico da qualche anno a Portland. Una sera siamo usciti e gli ho detto: “Hey, Dan, tu suoni anche la batteria, vero?” e lui “Sì, so suonare la batteria”. È nato tutto spontaneamente, ho pensato da subito che potesse lavorare con me.

Passando a un altro strumento. Qual è il tuo rapporto col pianoforte?

Ho iniziato a suonarlo da bambina, a nove anni. È stato il mio primo strumento. A un certo punto credo di averlo messo da parte… pensavo non fosse sexy! [Ride] Mi dicevo: “Non è come la chitarra elettrica!” e decisi di inziare a suonarla lasciando da parte il piano. Di recente ho preso un pianoforte per la prima volta da anni, quindi può anche darsi che ci saranno più canzoni al piano in futuro!

So che stai lavorando a una sinfonia. Di che si tratta?

È una melodia che suonavo al pianoforte quando ero piccola, che ho ideato da sola. Non l’ho mai trasformata in un pezzo per chitarra perché quando ho imparato a suonare il pianoforte ho avuto una preparazione classica, quindi tutto quello che mi veniva in mente apparteneva di fatto alla musica classica. Di conseguenza quella melodia non si confaceva alla musica che ho continuato a fare di seguito. Quindi ho pensato di poterlo trasformare in un lavoro che non ha necessariamente che fare con… l’andare in tour e tutto il resto. Voglio solo espandere quell’idea, senza forzarla in un adattamento per la chitarra. Perciò sarà una composizione classica.

E vedrà la luce nel futuro prossimo?

Continuo a procrastinare, perché quando mi metto a lavorarci su mi vengono anche altre idee per pezzi alla chitarra. Arriverà… a un certo punto.

Che ne sarà invece dei pezzi che sono stati esclusi da The Calcination of Scout Niblett? Possiamo sperare in un EP?

Sì! Penso che le registreremo di nuovo e ne uscirà uno.

Com’è il tuo “neonato” rapporto con l’etichetta Drag City?

Sono straordinari. Mi sento davvero a casa con loro. Credo sia la prima volta in cui ho sentito che un’etichetta si adatti a quello che faccio alla perfezione.

L’ultima domanda, neanche a dirlo, riguarda l’astrologia. È dunque vero che pianifichi quando e dove suonare in base alla posizione dei pianeti?

Sì, vero.

Ti porti le carte in tour?

[Ride] Posso farlo su internet! Ho un programma sul mio portatile con cui posso fare le mie ricerche. Posso sapere un sacco di quello che succede in ogni momento, anche se devo dire che quando sono in tour sono così occupata che finisco per ignorare l’astrologia. E mi piace, devo dire, non sapere cosa succede per un po’.

Sapendo che per te l’astrologia è una faccenda seria, colgo l’occasione per chiederti se c’è, a tuo parere, un modo adatto per approcciarsi alla lettura delle carte. Io per esempio non me le sono mai fatte leggere e mi chiedo: se quello che viene predetto è davvero il futuro e ciò può anche spaventare chi lo viene a sapere, c’è un modo più appropriato di gestire quelle informazioni?

Sì. C’è un modo per approciare la questione. Non ti dice esattamente ciò che ti accadrà, ma quali dinamiche verranno innescate. Per esempio, guardando le tue carte potrei dirti che la tua carriera, il tuo lavoro, il significato di chi sei nel mondo verranno a concatenarsi in un certo modo, ma spetta a te decidere cosa fare di queste cose. Non è che io possa predire quando morirai o cose simili.

 

Published on Indie-Eye

2011-05-23

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