Dirty Beaches: Interview (Indie-Eye)

Una data fulminea quella di Dirty Beaches a Roma. Lo spazio di Roma Vintage, complice la diaspora estiva di autoctoni, si riempie solo verso le 23 e attorno al palco si forma un piccolo gruppo di ammiratori, una manciata di hipster cui di certo non è sfuggito Badlands, il fenomenale album di debutto a nome Dirty Beaches di Alex Zhang Hungtai. In meno di un anno l’attenzione della stampa ha portato il singolare progetto di Alex a numerosi riconoscimenti, fino alla recente nomination al Polaris Music Prize 2011, che lo vede spiccare assieme ai più grandi nomi del suo paese adottivo, il Canada. Una voce potente, da crooner consumato, che lo vede recuperare inequivocabilmente gli anni Cinquanta e una sperimentazione noisy a base di drum machine, samples e distorsioni chitarristiche di chiara matrice cinematica. Si ispira al cinema, alle suggestioni di David Lynch su tutti, ma anche a Tarantino, Wong Kar Wai e Jim Jarmusch. Nella maggior parte dei casi sembra di sentire Elvis Presley calato in una dimensione infernale dominata dalle macchine, decisamente postmoderna, in cui tutto si ricicla e molto si perde per strada, un calderone lo-fi facilmente infiammabile che ricorda i momenti più tetri del primo, imprescindibile disco dei Suicide. Dal vivo l’esperimento è oltremodo coinvolgente e spiazza il connubio tra gli episodi più luciferini (la tonante Sweet 17 in apertura) e quelli più lenti, finanche romantici, su tutti Lord Knows Best, ricucito attorno a un estatico sample di Françoise Hardy. A due passi dal banchetto dei suoi dischi, su cui spuntano in ogni dove EP e singoli di progetti paralleli, Alex è ben contento di rispondere a qualche domanda prima di ripartire. Una breve chiacchierata per chiarirvi le idee.

In quali progetti eri coinvolto prima di Dirty Beaches?

Ho suonato in un po’ di band, a dire il vero. Sono cresciuto nelle Hawaii e ho fatto parte di un gruppo post-punk per molto tempo, ma ho dovuto lasciare gli Stati Uniti per questioni di visto, mi sono quindi trasferito in Canada e sono ripartito da zero nel 2005, da solo.

Come è nato il nome?

Viene dal gruppo di un mio amico, da una loro canzone. Lui è greco e come me è un immigrato in Canada. Mi parla spesso dell’idea di una “patria fantasma”. Siamo cresciuti in posti completamente diversi, ma i genitori di tutti e due ci ripetono sempre: “Questa è la vostra casa, questa è la vostra patria”, ma per noi è difficile identificarci nel nostro paese di origine. Il pezzo parla del suo ritorno a casa, alle spiagge della Grecia. Eravamo in giro a berci della birra quando scelsi quel pezzo come nome del gruppo. Mi piace molto quella storia, perché pur essendo triste è stupenda.

A proposito della tua musica si usa molto il termine “estetica”, nel tentativo di individuarne una. Esiste? E se sì, potresti tentare di spiegarla?

Penso che l’estetica di Dirty Beaches non sia fissa, ma tenti di progredire e incorporare il cambiamento. Mi piace pensarla più come musica per il cinema, per cui ogni album che faccio lo considero come la colonna sonora di un nuovo film. Così quando mi viene l’idea per un nuovo personaggio o per una nuova storia faccio molta ricerca. Dalle ricerche nasce sempre una nuova storia. Questa è l’estetica di base, continuare a cambiare.

L’influenza del cinema è stata messa in luce più di quella strettamente musicale. Puoi fare un quadro dei tuoi riferimenti?

Uh, sono moltissimi. È comunque vero che mi ispiro in gran parte al cinema. Molti dei pezzi che ho suonato stasera sono influenzati dalla no wave di New York degli anni ’70. Adoro un sacco di compositori minimalisti americani, Steve Reich e in generale la musica sperimentale, spesso anche molto semplice. Sono sempre stato affascinato dall’idea della musica sprigionata dalle macchine. In genere si crede il contrario, che nelle macchine non ci sia emozione, sentimento, ma dipende davvero dalla persona che programma quelle macchine. Sono davvero convinto che si possa affidare la propria anima alla macchina e farla rivivere.

Sul palco c’è sicuramente l’idea che tu interagisca con “la macchina”. Pensi di espandere il set con altre strumentazioni?

Ebbene sì! Sto lavorando con dei nuovi amici a Montreal e stiamo mettendo insieme cose molto diverse da quelle che sono solito portare dal vivo. Sono molto contento di questo nuovo materiale.

Dirty Beaches è sicuramente un progetto sui generis rispetto alla scena indie di Montreal..

[Ride] Sì! Io e i miei amici siamo decisamente degli outsider a Montreal. Tanto per cominciare non siamo nati lì, ci siamo tutti trasferiti. Ci sono tre scene principali. Quella francofona ruota attorno al garage rock, principalmente. Quella anglofona è quella indie-rock che conosci bene, Arcade Fire, Wolf Parade e via dicendo. La terza è quella noise, cui appartengono gli Aids Wolf, un gruppo molto sperimentale. Noi siamo in mezzo, ma non rientriamo in un filone in particolare, è vero. Nel complesso credo che la scena indie di Montreal sia fenomenale. Credo si sentirà parlare ben presto di molti altri gruppi.

Quindi non appartieni strettamente al filone noise…

Non del tutto. Non ho problemi a definire la mia musica come tale, perché l’elemento noise c’è sicuramente. Ma cerco di fare una distinzione, non mi piace tutto ciò che ruota attorno al noise. Lo preferisco nelle performance dal vivo, ma non sono uno di quelli che compra un disco noise e pensa “Ah, fantastico!”, non ce la posso fare. Preferisco il rumore dal vivo, se ci fossero dei dvd li comprerei [ride].

Su disco il tuo è più un noise studiato, se vogliamo, mentre dal vivo ha un impatto più fisico. Forse la fortuna del progetto è che oscilla tra la sua componente intellettuale e quella più concreta, fisica. Sei d’accordo?

Sì. Credo che dal vivo sia un equilibrio tra intellettuale e fisico. Nelle mie performance credo ci siano più “heart & soul”. Credo sia molto importante, non puoi concentrarti su una cosa sola. Ogni esperimento necessita di un equilibrio per funzionare, altrimenti si sbriciola, cade a pezzi. Vedi l’ultimo pezzo che ho suonato stasera, per esempio: volevo che tutti si rilassassero. Se il mio intero set fosse così sarebbe terribilmente noioso e cadrebbero tutti in un lungo sonno. C’è una linea sottile tra arte e intrattenimento e l’obiettivo è quello di seguirla nel modo giusto. Mi piace pensare alla mia musica come a un prodotto, un servizio: in fin dei conti deve servire a qualcosa.

Come potrà “servire” in futuro?

Oh, sto mettendo insieme il mio curriculum per l’agenzia canadese che si occupa di colonne sonore per film. Stanno cercando nuovi compositori, senza una formazione classica. Io non so leggere la musica e mi piacerebbe comporre per loro come lavoro a tempo pieno. Per quanto riguarda il progetto Dirty Beaches usciranno un EP e un nuovo disco, cui sto lavorando con molta altra gente. Vorrei anche poter lavorare alla musica di altre persone, come produttore ad esempio.

A parte Badlands ci sono davvero molti singoli ed EP a tuo nome. Lo split con US Girls è molto interessante, sembra che su un lato del disco ci sia un’ottica maschile, sull’altro una femminile sul rumore. Come è nata la collaborazione?

Siamo molto amici. Ha fatto un concerto sul tetto di casa mia a Montreal, abbiamo poi suonato insieme, nel 2006 o 2007. Siamo andati d’accordo fin da subito e si è fermata da me per un po’. Credo sia un’artista fenomenale, per me è di grande ispirazione. Ci siamo sempre riproposti di incidere qualcosa insieme, ma viviamo così lontani! Così quando ci hanno proposto di fare uno split non potevamo che accettare!

Published on Indie-Eye

2011-08-08

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