Josephine Foster: London 2016-01-25/26 (Mucchio Selvaggio)

Two Day Residency at Cafe OTO, London

Nel 2000 la cantautrice e polistrumentista del Colorado Josephine Foster pubblicava There Are Eyes Above, un’autoproduzione in bassa fedeltà a metà strada tra folk e psichedelia. Nonostante le innumerevoli direzioni intraprese negli anni a venire, quei due elementi sono rimasti al centro della sua musica, celebrata quest’anno con l’uscita di No More Lamps In The Morning, in cui, accompagnata dalla chitarra portoghese di Victor Herrero, Josephine reinterpreta vecchi brani e ne aggiunge di nuovi. Un training classico e un passato da cantante d’opera hanno facilitato a Josephine il compito di stabilire una propria identità nel canone neofolk degli anni Duemila: che fosse il rumorismo à la Anna Homler di Was Is It That Ever Was? (2006), il psych-rock infuocato di All The Leaves Are Gone (con i Supposed) (2004), o il tentativo di unire la tradizione roots americana con quella della Spagna, suo paese adottivo (Anda Jaleo e Perlas, 2010-2011), gli ariosi vocalizzi  “senza tempo” di Josephine hanno fatto da collante tra tutti i suoi progetti, dando un carattere distintivo a una produzione da sempre a cavallo tra folk e avanguardia.

La “residenza” di due giorni a Cafe OTO, la sua “seconda casa” in Europa, dice durante il secondo concerto, non ci presenta nessuna delle Josephine di cui sopra in maniera esclusiva. Non solo: non c’è traccia della Foster cantastorie di Little Life (2001) o dell’imperiosa interprete di Lieder del XIX secolo (A Wolf in Sheep’s Clothing, 2006). Non c’è nemmeno lo scarno recitativo di Graphic As A Star (2009), in cui dava alle parole di Emily Dickinson il giusto respiro, alternando esecuzioni a cappella a flebili arrangiamenti all’acustica. In entrambe le serate, la prima uno show solo, la seconda un’esibizione irrobustita dai virtuosismi di Ferrero e l’occasionale accompagnamento al violino, Foster propone due setlist che pescano liberamente tanto dal suo repertorio quanto dalle sue infinite fonti d’ispirazione, che siano poemi, vecchi pezzi folk o capisaldi di chamber music. Immersa nell’oscurità, quasi sempre a occhi chiusi o intenta a perfezionare un vocalizzo lontana dal microfono, Josephine passa lentamente dalla chitarra al piano, dall’inglese al tedesco, da lunghe note all’armonica a bocca a incomprensibili sproloqui tra un brano e l’altro. In conversazione, il timbro felpato di Josephine rende le sue parole non meno difficili da comprendere dei suoi versi in musica, creando una sorta di stramba continuità tra il personaggio e l’artista. “Che?”, “Che dice?”, borbottano alcuni nel pubblico. Anche in questo c’è un qualcosa dell’autenticità del mondo folk cui Foster appartiene: le sue stramberie vocali non si limitano alla performance nuda e cruda, ma appartengono a Foster a 360 gradi. Nonostante ai suoi consueti, vertiginosi virtuosismi vocali in queste due serate preferisca un approccio intimo, finanche dimesso, le scelte dei brani, tra lunghi idilli e poesie di Joyce e Kipling tra gli altri, il suo set solista risente di una certa compattezza, come se una volta ottenuto l’effetto-incanto, Josephine si dimentichi tout court di alleggerire i toni. “Forse è meglio che abbassi un po’ il tiro”, dice da dietro il piano scostando gli occhiali. E così chiama Herrero sul palco e insieme interpretano la splendida ninnananna Underwater Daughter (da Blood Rushing, 2013), un anelato momento di leggerezza e un momentaneo ritorno a una prosodia vagamente più pop.

E di fatto è il set della seconda serata, con l’accompagnamento fisso di Herrero, a non soffrire di alcuna monotonia. Herrero opta per un’improvvisazione vagamente free jazz per alcuni tra i pezzi più tonanti, tra cui I Love You And The Springtime Blues, la rockeggiante Panorama Wide e l’isterica Deathknell, a dir poco irriconoscibile in questa nuova veste sussurrata e rallentata. Al silenzio perenne della prima serata il pubblico opta per fragorosi applausi e un calore che a Josephine strappa un sorriso dopo l’altro. Non a caso: a chi ha avuto modo di cogliere anche solo alcune delle mille sfumature del suo lavoro, la Josephine Foster di oggi, di questi concerti-consuntivo a coronamento dei suoi primi 15 anni di carriera, non potrà che apparire un’artista in un momento di grazia.

Published on Il Mucchio Selvaggio

2016-03-17

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